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Discussione delle mozioni Marcon, Duranti ed altri n. 1-01662 e Corda ed altri n. 1-01663 concernenti la situazione di crisi nello Yemen

 

Discussione delle mozioni Marcon, Duranti ed altri n. 1-01662 e Corda ed altri n. 1-01663 concernenti la situazione di crisi nello Yemen, con particolare riferimento all'emergenza umanitaria e all'esportazione di armi verso i Paesi coinvolti nel conflitto (ore 15,08).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Marcon, Duranti ed altri n. 1-01662 e Corda ed altri n. 1-01663, concernenti la situazione di crisi nello Yemen, con particolare riferimento all'emergenza umanitaria e all'esportazione di armi verso i Paesi coinvolti nel conflitto (Vedi l'allegato A).

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta del 14 luglio 2017 (Vedi l'allegato A della seduta del 14 luglio 2017).

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.

È iscritto a parlare il deputato Cova. Ne ha facoltà.

PAOLO COVA. Grazie, signor Presidente. Molti sono i segni inquietanti presenti nel mondo attuale: le ingiustizie, le violenze, le guerre etniche o di altro genere che insanguinano e generano sofferenze indicibili all'umanità, ma tutte queste cose attendono una nostra risposta e non possono vederci come semplici spettatori. Questa vicenda dello Yemen è una di queste situazioni.

La questione che ci troviamo a dover affrontare oggi con queste mozioni è una questione delicata che va a riguardare, secondo me, due aspetti molto importanti. Il primo è quello che riguarda la produzione e la vendita di armi in Italia e la vendita di armi a Paesi belligeranti nello Yemen. La seconda che riguarda la situazione umanitaria nello stesso Yemen.

Non voglio essere foglia di fico né per chi riduce tutto a un semplice rispetto delle norme, chi non ritiene che sia in atto un illecito nella fornitura di armi a Paesi in guerra come l'Arabia Saudita e non vede comunque che è in atto una guerra con bombe prodotte in Italia.

Ma non voglio neanche essere foglia di fico di chi pensa che basta smettere di produrre armi in Italia per risolvere questi conflitti e queste guerre. Non dobbiamo pensare di poterci lavare la coscienza né in un modo né nell'altro, aggrappandoci a semplici proposte oppure al rispetto della legge. Credo che in merito a questo un esempio sia rappresentato dall'opera fatta da un uomo, un politico, un uomo di pace come Giorgio La Pira. Proprio qualche giorno fa, ricordando i quarant'anni della sua morte, ho colto come negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, La Pira abbia individuato nuovi percorsi in una stagione densa di nubi nere sul tema della pace; ha avuto la lungimiranza di avere una vista acuta e ha promosso la pace quale effettiva tutela dei diritti fondamentali delle persone, superando i confini di una nazione, per avere tutti quanti una vita comune nella pace.

Questo lo ha fatto mediando e parlando con tutti, un'opera instancabile, ma preziosa, che ha poi dato i suoi frutti. Da allora sono stati fatti notevoli passi avanti, alcuni inimmaginabili negli anni della guerra fredda, ma il continuo mettersi in gioco e lavorare per disarmare il mondo ha dato alla fine i suoi frutti. Chiedo al mio Governo di non essere timido sul commercio delle armi e sul rispetto della legge n. 185 del 1990. Serve un intervento deciso, che porti l'Italia a essere un Paese che non produce, che non triangola armi o è la via di transito di armi vendute a Paesi belligeranti, che, oltre tutto, non sono rispettosi dei diritti umani e compiono violenze sui civili, avendo comunque ben presente che non sarà questa posizione di rifiuto di vendere armi che risolverà il problema, in quanto la stessa Arabia Saudita andrà a comprare armi tramite altri Paesi.

L'accordo siglato nei mesi scorsi con gli Stati Uniti per la fornitura di armi ne è un esempio. Non possiamo fare finta di niente. È certo che deve essere un percorso che coinvolge anche la stessa Unione europea, come è stato anche indicato nella risoluzione 2016/2515, che invita il Vicepresidente della Commissione e l'Alto rappresentante dell'Unione ad avviare un'iniziativa finalizzata all'imposizione da parte della UE di un embargo sulle armi nei confronti dell'Arabia Saudita, tenendo conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale Paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all'Arabia Saudita violerebbe, pertanto, la posizione comune assunta nel Consiglio dell'8 dicembre del 2008. Proprio per questo motivo, siamo ormai ad un crocevia decisivo, quello che non concede tentennamenti più o meno abilmente tattici, né intellettualistiche diatribe che ci permettano di traccheggiare.

Serve un continuo cambio di passo e non fermarsi solo a salvaguardare la forma, ma continuare in un'azione di bando delle armi e della fabbricazione di armi. La nostra coscienza non può stare tranquilla solo se non produciamo armi o vietiamo di vendere armi a Paesi belligeranti, ma la nostra coscienza non sarà sicuramente pulita se concediamo ancora armi a Paesi belligeranti e se non facciamo niente per evitarlo. Allora, con forza chiediamo all'Unione europea di essere protagonista di questa battaglia con noi contro la produzione e vendita di armi; un'Unione europea nata sulle ceneri di due guerre mondiali e che è stata capace di dire "mai più guerre". Non parliamo di Europa solo pensando ai parametri europei, al fiscal compact, all'austerità, ma diamo fiato al progetto di Europa, pensando anche al ruolo che può giocare nello scacchiere internazionale, per quanto riguarda una difesa comune europea, agli interventi di vendita, produzione ed embargo di armi e relazioni con i Paesi belligeranti.

L'assunzione di una diretta responsabilità da parte dell'Italia e dell'Unione europea è il presupposto essenziale per un agire coerente e il più efficace possibile secondo quanto previsto dalla legge n. 185 del 1990 e dalla risoluzione del Parlamento europeo 2016/2515. Ci sarà bisogno di tanto lavoro ostinato e continuo, non solo per questo, ma anche per intervenire con gli aiuti umanitari a sostegno di quelle popolazioni stremate. Si discute animatamente dell'emergenza immigrati in Italia e in Europa, e anche il conflitto in Yemen sta giocando un ruolo notevole per incrementare i flussi migratori. Si parla di lotta al terrorismo, ma la situazione disastrosa sotto l'aspetto umanitario in Yemen è parte di questo problema. I conflitti nel Corno d'Africa avevano portato le popolazioni a migrare verso lo Yemen e poi verso l'Arabia Saudita negli anni scorsi; ora la guerra spinge queste persone, in fuga dal Corno d'Africa, a cercare rifugio verso l'Europa, andando ad alimentare quell'emergenza profughi che sta preoccupando la stessa Europa.

Inoltre, le persone nei campi profughi in Yemen e la popolazione stremata da queste difficoltà umanitarie, i bombardamenti sui civili e sulle strutture sanitarie, stanno diventando terreno fertile per essere arruolata nel terrorismo dell'ISIS e di Al Qaeda. Invece, un Paese unito e senza conflitti interni diventa un vero argine al proselitismo delle forze terroristiche e consentirebbe di frenare l'espandersi indiscriminato dell'ISIS e di Al Qaeda, che stanno approfittando proprio di questa lotta fra gli houthi e i sunniti. Proprio per questi motivi, diventa urgente un intervento di assistenza, visto che il conflitto è, peraltro, all'origine di un gravissimo deterioramento delle condizioni umanitarie nello Yemen, come segnalato anche dalle Nazioni Unite, che indicano un alto rischio di carestia. Inoltre, nello scontro in atto nello Yemen, l'ONU cita l'uccisione di molti civili, di diversi civili, tutte le parti in conflitto sono state accusate di crimini di guerra, tra cui attacchi indiscriminati contro aree civili, ospedali, scuole, mercati e reclutamento di bambini soldato.

Troppi Paesi sono ora coinvolti in questo scontro, due su tutti, l'Arabia Saudita e lo stesso Iran, in modo diretto o indiretto. La timidezza dell'Europa e le diverse posizioni dei Paesi europei nei confronti dei Paesi belligeranti non devono e non possono frenare l'azione di mediazione del nostro Paese. Dal 1° gennaio 2017 l'Italia è membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU, organo che ha la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, nonché, nel 2018, l'Italia assumerà la presidenza dell'OSCE. Sono responsabilità che il nostro Governo deve mettere in atto per trovare la strada per giungere ad un accordo regionale, e deve coinvolgere altri Stati, non direttamente esposti, che possano ricondurre al tavolo di una trattativa le due fazioni combattenti. Chiedo, allora, che l'Italia convochi immediatamente un tavolo a Roma tra le parti belligeranti, con gli Stati donatori, perché metta al tavolo tutte quelle persone che possono dare una soluzione al conflitto. L'Italia deve essere promotore, ed inviti l'Alto rappresentante Mogherini a essere parte di questo percorso, proprio perché l'Europa deve esserne protagonista.

Allora bisogna lavorare attivamente con le Nazioni Unite per un'azione umanitaria con la partecipazione di tutti i Paesi, per far fronte a tutte queste situazioni di crisi e di difficoltà, perché non possiamo pensare ai guai e alle difficoltà che stanno vivendo quelle popolazioni. È necessario consentire l'ingresso e la distribuzione di generi alimentari e farmaci, di cui vi è un urgente bisogno. Abbiamo la possibilità di fare un passo in avanti nel progetto della costruzione di un mondo che riduca i propri conflitti e vada a intessere relazioni pacifiche, civili e di rispetto fra i popoli. Facciamolo, ma ho anche presente che la realtà con cui ci approcciamo ogni giorno conta più dell'ideale.

Facciamo tutti i passi possibili per andare avanti e proseguiamo sulla riconversione della produzione di armi, ma tenendo presente che solo iniziando il cammino si arriva alla meta. Oggi possiamo fare questo passo!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il collega Giulio Marcon, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-01662. Ne ha facoltà.

GIULIO MARCON. Presidente, signora sottosegretaria, colleghi e colleghe, noi abbiamo depositato e proposto una mozione sulla situazione della crisi nello Yemen, con riferimento in particolare all'emergenza umanitaria, ma anche rispetto al tema dell'esportazione di armi verso i Paesi coinvolti nel conflitto.

L'abbiamo presentata coinvolgendo anche parlamentari e deputati di diversi gruppi politici: è una mozione unitaria, che fa riferimento anche all'esperienza dei parlamentari per la pace (sono deputati di vari gruppi i parlamentari che l'hanno sottoscritta). Riprende, il testo di questa mozione, due risoluzioni approvate dal Parlamento europeo nel corso degli scorsi mesi: in particolare, la risoluzione del 25 febbraio 2016 e la risoluzione, che riprende questa prima mozione del Parlamento europeo, del 15 gennaio 2017.

Si tratta di mozioni impegnative, che chiedono all'Unione europea di intraprendere i passi necessari per porre fine a questo conflitto, almeno per arginarlo, per fermare la violazione dei diritti umani e soprattutto per venire incontro ad una situazione umanitaria drammatica, che coinvolge ormai milioni di persone. Ricordiamo che sono 10 mila gli yemeniti uccisi durante gli anni di guerra e, di questi, circa la metà sono vittime civili; ricordiamo anche che oltre 40 mila sono le persone ferite durante la guerra. Si calcola che siano addirittura 2 milioni le persone sfollate, costrette dai combattimenti, dalla guerra, da una guerra civile, a lasciare le loro case e a trovare rifugio nei campi delle Nazioni Unite o in altre sistemazioni di fortuna.

Noi chiediamo un intervento, anche attraverso queste mozioni in discussione, che presentiamo oggi, un intervento del nostro Governo: del Parlamento innanzitutto, ma una richiesta al Governo di intervenire per fare tutto il possibile per dare attuazione alle risoluzioni approvate appunto dal Parlamento europeo; quindi anche le forze di maggioranza, che oggi esprimono il Governo, hanno votato in sede del Parlamento europeo quelle mozioni.

Quelle mozioni presuppongono un impegno, anzi chiedono un impegno all'Europa, all'Unione europea, affinché si attivi in maniera più energica per porre fine a questo conflitto, per intervenire di fronte alla crisi umanitaria, che è sotto gli occhi di tutti e che prima ricordavo, e per porre fine a quel commercio, a quel trasferimento di armi che è una delle cause alla base della continuazione di un conflitto così sanguinoso.

È un impegno che viene chiesto a tutti i Paesi dell'Unione europea; è un impegno che noi dovremmo prendere come Paese per essere coerenti con quello che abbiamo chiesto all'Europa, quindi bloccando la vendita delle armi ai Paesi dell'area, ai Paesi che sono coinvolti in questa guerra. Ricordo che nell'ultimo anno, nella relazione sulla legge n. 185 del 1990, che regola appunto il commercio di armamenti, il Governo ci ha informato che abbiamo venduto armi per il valore di 250 milioni di euro all'Arabia Saudita. Ricordiamo inoltre che l'ANSA, Avvenire e altre fonti giornalistiche internazionali ci hanno rivelato che sono stati rinvenuti dei frammenti di ordigni e di bombe prodotte da industrie italiane in Yemen: bombe che sono state usate appunto contro i civili, che sono state usate nel corso di questa guerra.

Quindi, noi chiediamo innanzitutto di dare attuazione a quanto previsto dalla risoluzione del Parlamento europeo, nel senso che il Governo italiano dovrebbe impegnarsi con più forza per dare seguito a questo impegno, che molte forze politiche hanno assunto nel Parlamento europeo, forze politiche che sostengono questo Governo; e poi per chiedere che ci sia appunto un'iniziativa a tutto campo, per promuovere negoziati e un'attività diplomatica di pace per portare ad una soluzione non violenta di questo conflitto.

Impegniamo il Governo a chiedere a tutti i Paesi, forze straniere che sono impegnate, di non intervenire in Yemen: tra tutte, l'Arabia Saudita, che ha un ruolo di primo piano in questo conflitto; di intervenire rispetto alla situazione umanitaria, che - ricordavo - è molto drammatica: 10 mila morti, 40 mila feriti, 200 mila persone che sono state colpite anche dall'assedio di alcune città in Yemen, milioni di persone sfollate; di cercare di intervenire per garantire l'intervento umanitario: ricordo che solo nel gennaio scorso è stato colpito un ospedale di Medici Senza Frontiere; ricordo che gran parte degli ospedali sono inagibili, Save the children ci dice che a molti ospedali non è possibile avere accesso.

L'Unicef ci ricorda che gran parte dei ragazzini e dei bambini yemeniti non possono andare a scuola, non possono accedere all'istruzione: una situazione drammatica dal punto di vista sanitario, dal punto di vista dell'infanzia di questo Paese e dal punto di vista dell'agibilità di un Paese ormai attraversato da anni di guerre e che non riesce a trovare la via della pace.

L'Italia dovrebbe fare di più, dovrebbe dare l'esempio, dovrebbe impegnarsi in sede europea per fare in modo che su questa risoluzione - che tra l'altro, ricordo, prevede l'embargo totale della vendita delle armi all'Arabia Saudita e negli altri Paesi coinvolti nel conflitto - dovrebbe dare l'esempio, chiedendo all'Europa di fare questo, dovrebbe essere l'Italia stessa, in prima persona, ad impegnarsi per non vendere armi all'Arabia Saudita. Noi riteniamo che in questo modo tra l'altro venga violata la legge n. 185 del 1990 sul commercio delle armi, che vieta - ricordo - di vendere armi a Paesi in guerra, a Paesi che violano i diritti umani, che si macchiano di crimini legati alla violazione del diritto umanitario internazionale.

Chiediamo inoltre di lavorare per risolvere una situazione di grande instabilità nel Medio Oriente. Ricordiamo che il Qatar è stato oggetto, poche settimane fa, di un'azione internazionale, con Paesi che l'hanno promossa, tra cui l'Arabia Saudita, che l'hanno indicato come uno dei Paesi sostenitori del terrorismo internazionale. Ebbene, al Qatar noi vendiamo armi per un valore di 340 milioni di euro e quindi anche qui siamo incoerenti: da una parte, un Paese accusato di sostenere il terrorismo e, poi, un altro Paese, l'Italia, che, in violazione della legge n. 185, continua a vendere armi al Qatar. In violazione di questa legge, della legge n. 185, continua a vendere armi all'Arabia Saudita.

Ovviamente siamo consapevoli dei problemi che riguardano l'industria militare del nostro Paese e della necessaria riconversione, ma un intervento necessario sarebbe quello di bloccare l'export di armi verso questi Paesi, non alimentare con altra benzina sul fuoco un conflitto che dura da troppo tempo, mettere in campo tutte le iniziative umanitarie di carattere diplomatico, di concerto anche con gli altri Paesi europei, capaci di dare il segno di un'iniziativa di pace del nostro Paese. Non è certo vendendo le armi all'Arabia Saudita e al Qatar che diamo un segno di pace: magari diamo un segno di interesse al business dell'industria militare, ma dobbiamo ricordare che altre sono le priorità di una politica estera di un Paese che voglia promuovere stabilità, sicurezza e pace in un'area così nevralgica, come quella del Golfo Persico e del Medio Oriente in generale.

Ecco perché noi con questa mozione - e concludo - chiediamo, come ricordavo prima, un voto: chiediamo un voto che impegni il Governo italiano a sostenere, a promuovere con grande forza la risoluzione, le risoluzioni del Parlamento europeo, che chiedono - ricordo ancora una volta - l'embargo verso l'Arabia Saudita per quanto riguarda l'export delle armi.

Chiediamo anche un gesto unilaterale del nostro Paese, di essere coerente con l'impegno che si chiede in Europa e quindi di sospendere il traffico e il commercio delle armi verso l'Arabia Saudita.

PRESIDENTE. La invito a concludere.

GIULIO MARCON. E chiediamo - e concludo - un'iniziativa politica di carattere più generale.

L'Arabia Saudita sappiamo che è un Paese molto importante nell'area, sappiamo che è un Paese importante anche dentro i conflitti e le dinamiche delle tensioni internazionali di quel Paese. Sappiamo il ruolo che gioca rispetto ai conflitti e alle situazioni di tensione con Paesi come l'Iran, la Siria ed altri ancora.

Pensiamo che da questo punto di vista il segnale dell'Italia, di un'iniziativa di pace e di cooperazione, di una politica estera non di guerra, sarebbe molto importante per dare un contributo alla pacificazione di quella regione, alla sua stabilità, e ad una sicurezza comune e condivisa, che non si può fondare - ripeto - sulla vendita delle armi, ma si deve fondare sulla prevenzione dei conflitti e su un'iniziativa diplomatica, capace di portare la pace in tutta la regione.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Frusone, che illustrerà la mozione n. 1-01663, di cui è cofirmatario.

LUCA FRUSONE. Grazie Presidente. Siamo qui di nuovo a parlare del conflitto in Yemen e dico, da una parte, sfortunatamente, perché appunto non è cessato, ma dall'altra fortunatamente, perché questa guerra ormai è nascosta agli occhi di tutti.

Sempre di meno se ne parla nei media tradizionali e sempre di meno se ne parla in quest'Aula. Noi abbiamo provato con diversi atti - e ringraziamo anche le varie associazioni pacifiste che hanno spronato questo Parlamento con questa mozione -, ma effettivamente è veramente indegno il comportamento che l'Italia sta mantenendo davanti a questa situazione.

Già dei numeri sono stati dati. Si è parlato di oltre 10 mila morti, di 40 mila feriti, tra cui naturalmente anche bambini e donne, e poi 2 milioni di sfollati.

Ecco, noi proprio l'altro giorno eravamo in quest'Aula a parlare anche di immigrazione, allora, mi chiedo come l'Italia possa parlare, come questo Governo possa parlare di immigrazione se al tempo stesso è complice di creare 2 milioni di sfollati, che naturalmente ancora non sono arrivati in Italia, perché trovano rifugio nei Paesi vicini. Ma poco a poco la situazione sarà incontrollabile anche per i Paesi vicini e naturalmente il flusso diventerà quello, che ormai è l'unico aperto, cioè quello della rotta mediterranea. Ed ecco che avremo di nuovo nuovi morti nel Mediterraneo, avremo di nuovo nuove lacrime di coccodrillo e dichiarazioni di intenti, che poi si infrangeranno contro quel muro, che ormai oggi è l'Europa.

Quindi, dello Yemen bisogna parlarne. Bisogna parlarne, però, in maniera seria, perché purtroppo, ogni qual volta abbiamo alzato questo tema, abbiamo ricevuto in un certo senso giri di parole o in alcuni casi delle vere e proprie bugie. Infatti, fu un servizio di LeIene, principalmente, a sollevare questo polverone, perché vennero ritrovate delle bombe italiane sul suolo yemenita e si chiese anche al Ministro della difesa, al Ministro degli esteri, che è l'attuale Presidente del Consiglio, cosa volesse fare l'Italia di fronte a questa partecipazione alla distruzione di un Paese. Purtroppo, abbiamo assistito veramente a delle risposte incredibili, perché tutti si trinceravano dietro la legge n. 185 del 1990 ed un presunto embargo europeo. Embargo europeo che poi, attraverso un'azione parlamentare a livello di Parlamento europeo, è stato richiesto. Però, la nostra legge n. 185 del 1990, in realtà, prevede tranquillamente anche la possibilità che l'Italia si muova da sola e applica un embargo a questi Paesi, che sono coinvolti nel conflitto dello Yemen. Purtroppo, ogni volta che l'abbiamo chiesto, appunto abbiamo avuto questo schermo dell'embargo europeo, questo scudo dell'embargo europeo.

Invece, noi oggi qui con questa mozione siamo a chiedere un embargo italiano, perché l'Italia a una corresponsabilità enorme in tutto questo. Noi abbiamo fatto diversi question time, dove ogni volta, purtroppo, dovevamo aggiornare il numero delle vittime e ogni volta dovevamo parlare di questa fabbrica italiana, che produce delle bombe, che partono dalla Sardegna ed arrivano in Arabia Saudita.

Abbiamo anche parlato dell'assurdo commercio, che l'Italia mette in campo quando si parla di armi. Solo nel 2016 l'Italia ha venduto qualcosa come quasi mezzo miliardo di euro di armi all'Arabia Saudita. Come ho detto, poi, queste armi ce le ritroviamo sul territorio yemenita e per assurdo - questa è veramente un'assurdità - alcune di queste bombe hanno contribuito a distruggere una fabbrica italiana in Yemen! Cioè non esportiamo bombe che vanno a distruggere fabbriche italiane in Yemen. Questo è quello che sta accadendo oggi.

Senza considerare poi - naturalmente è già stato detto - gli ospedali, le scuole e tutte le vittime civili di questo conflitto. Ma la cosa più assurda - e qui capiamo che non c'è proprio voglia di affrontare questo discorso e, anzi, si cerca sempre di perdere e prendere tempo - è quando abbiamo parlato, ad esempio, dei rapporti che si sono guastati tra Arabia Saudita e Qatar. L'Arabia Saudita, che da mezzo mondo è accusata di sostenere il terrorismo, ha accusato il Qatar di sostenere il terrorismo. Noi abbiamo fatto un question time, chiedendo se il Governo volesse prendere delle iniziative di fronte a questa accusa palese, chiara e riportata da tutti i giornali. Beh, anche qui si è nicchiato, anche qui si è perso tempo e, in un certo senso, visto che mezzo mondo accusa l'Arabia Saudita di sostenere il terrorismo, visto che l'altra metà accusa il Qatar, l'Italia vende armi a tutti e due, proprio per non sbagliare. Questa è l'ipocrisia di questo Governo, quando si parla di armi, quando si parla di antiterrorismo e quando si parla di immigrazione.

Un Governo normale dovrebbe mettere fine a tutto questo. Purtroppo, non accade, vediamo che si continua a perdere tempo, si continua a rimandare tutto all'Unione europea. Per questo noi in questa mozione scriviamo chiaro e tondo che l'Italia deve aprire questo dialogo, ma soprattutto deve agire con i poteri che ha, come Paese sovrano, e smetterla di dare le armi a chi sta combattendo una guerra in un altro territorio, non nel suo, per interessi strettamente economici.

Il problema, infatti, è tutto politico, perché noi abbiamo la legge n. 185 del 1990, che è una legge persino innovativa rispetto a molte altre leggi in Europa, però il problema è che da anni, ormai, la politica si arroga il diritto di decidere che cos'è un conflitto e che cosa non è un conflitto. Aspetta magari un embargo da qualche ente sovranazionale, come l'ONU o come l'Unione europea, e nel frattempo però continuiamo a fare affari con queste persone, che stanno bombardando un'intera nazione.

Quindi, si è capito chiaramente che il problema è della politica, della politica che non parla di un conflitto vero e proprio. Essendo una guerra civile, quella in Yemen, con attori esterni, non la vede come un classico conflitto fra due Stati, ma la vede, appunto, come una guerra civile. Quindi, al momento, perché non vendere le armi all'Arabia Saudita, visto che fanno entrare mezzo miliardo di euro l'anno?

Ma quello che c'è dietro tutto questo in realtà è, dal mio punto di vista, ancora più drammatico. Noi, di fronte a quest'aspetto, a questa violazione della legge n. 185 del 1990, abbiamo naturalmente chiamato in causa chi di dovere, ossia la magistratura. Quando non si rispetta una legge, si chiama un giudice a stabilire se effettivamente ci sia stato un reato. Il MoVimento 5 Stelle ha depositato un esposto contro il Ministro della difesa e all'epoca Ministro degli esteri Gentiloni, attualmente Presidente del Consiglio. Un'indagine è anche stata aperta e, da quello che sappiamo, pare che sia stata tutta concentrata, visto che sono state diverse le procure ad aprire un filone.

Ma quello che noi non vorremmo scoprire, visto che con gli immigrati ci abbiamo azzeccato, è che magari l'Italia si sta trasformando in una sorta di paradiso per le autorizzazioni delle armi, nel senso che alcuni Paesi, per via delle loro leggi e per la grande pressione etica che viene da fuori, non si spingono a dare armi a determinati Paesi. E allora magari, volendo, uno potrebbe tranquillamente creare una succursale italiana, quindi con dei piccoli aggiustamenti ad un'arma che però viene da un'altra parte, riesce ad avere il bollino made in Italy, ecco a quel punto che l'autorizzazione non spetterà più al Paese d'origine, ma all'Italia, che, come abbiamo visto, è molta larga di mano a dare le autorizzazioni, visto che non viene bloccato nulla, visto che chiunque ci chiede delle armi noi gliele vendiamo.

Ed ecco che allora si potrebbe creare questa sorta di meccanismo, per aggirare delle altre leggi, e quindi l'Italia si trasforma in un semplice contabile, che autorizza con un timbro le esportazioni di armi, che non si potrebbero fare in altri Paesi. Questo è qualcosa di veramente grave, perché l'Italia - lo ricordo - ripudia la guerra, perché l'Italia è sempre stato capofila di tante manifestazioni e di tante azioni, come il ripudio anche del nucleare, come le campagne per lo sminamento.

È sempre stata leader di questi movimenti ed, oggi, invece, purtroppo, si sta trasformando nella nazione leader in fatto di autorizzazioni facili a nazioni che sono all'ombra del terrorismo e che usano queste armi per bombardare dei civili. Noi, tutto questo, non lo vogliamo e per questo abbiamo ripresentato questa mozione, per questo continueremo con i question time, continueremo anche la nostra via giudiziaria per vedere che cosa sta, realmente, accadendo; perché l'Italia, oggi, non si può più permettere di essere il capofila, invece, di guerra, di distruzione e, quindi, di sfollati, di immigrazione, per, poi, magari trovarci qualcuno, qui, che siede nei banchi del Governo, a darci le sue ricette per il fenomeno dell'immigrazione. La prima ricetta in assoluto per fermare l'immigrazione è smetterla di bombardare gli altri Paesi. Lo abbiamo visto con la Libia; anche chi, oggi, dai banchi dell'opposizione vuole dare le proprie ricette, parlo ad esempio di quel centro-destra che nel 2011 bombardò allegramente la Libia, aiutò a bombardare la Libia e, oggi, viene qui a sciorinarci le proprie risposte per l'immigrazione. Se proprio, come dice qualcuno, visto che ormai lo dicono tutti - è una cosa che dicono tutti - , volete aiutarli a casa loro, beh, prima di tutto non bombardateli a casa loro. Questa sarebbe la prima regola se si parla di immigrazione. Se proprio non ci riuscite, non vendete le armi a chi li bombarderà a casa loro, questa è la seconda regola e, dopo, allora, ci potremo sedere a un tavolino e affrontare il problema dell'immigrazione, perché se voi continuate a vendere armi a questi Paesi, bene, allora, continueranno ad arrivare persone che scappano da quei Paesi. È una cosa estremamente logica; l'unica cosa che si frappone fra la logica e, poi, un atto concreto sono quei miliardi di euro che l'industria bellica fattura, grazie alle vostre autorizzazioni molto, molto allegre. Quindi, il succo è tutto questo.

Io spero che l'Italia, di fronte a queste mozioni - non c'è solo la nostra, ce ne sono altre, prima di me ha parlato il collega Marcon, come dicevo questa è un'iniziativa partita da vari gruppi pacifisti che hanno fatto anche una conferenza, qui, in Parlamento -, spero che il Governo, questa volta, ci ascolti, perché altrimenti è inutile qualsiasi ricetta per l'immigrazione, qualsiasi ricetta contro il terrorismo. Dobbiamo, innanzitutto, pensare a dare la possibilità a queste persone di non fuggire dal loro Paese e lo dobbiamo fare con un embargo principalmente italiano, dopodiché vedremo anche l'Europa che cosa vuole fare, ma abbiamo visto che l'Europa non ci ascolta in materia di migrazione; non possiamo utilizzare l'Europa come scudo per nascondere l'inerzia del Governo italiano. Questo è tutto quello che avevo da dire.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

(Intervento del Governo)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il sottosegretario di Stato per gli Affari esteri e la cooperazione internazionale, Vincenzo Amendola.

VINCENZO AMENDOLA, Sottosegretario di Stato per gli Affari esteri e la cooperazione internazionale. Grazie, Presidente. Colgo l'opportunità per rispondere ad alcune sollecitazioni che sono contenute nel testo delle mozioni e, ovviamente, per continuare il dibattito, in attesa che tutti i gruppi parlamentari partecipino con testi a questo stesso dibattito, precisando e facendo alcune precisazioni - nel corso di questo dibattito, come di quello che verrà - così come fatto anche nel corso di incontri con associazioni pacifiste che hanno promosso alcune parti di questo testo. Colgo, quindi, l'opportunità, di ragionare sul complesso della vicenda, sia per quanto riguarda il conflitto in Yemen, sia per quanto riguarda l'applicazione della legge dello Stato n. 185, cercando di evitare sovrapposizioni. Su altri temi sollevati, da ultimo, anche dal collega Frusone, non rispondo, come su alcune letture di accuse internazionali a Paesi finanziatori; questo sta al vaglio delle considerazioni fatte, così come tralascio, ovviamente, il legittimo diritto delle opposizioni anche di sollevare questioni extra parlamentari per quanto riguarda la vicenda.

Se mi permettete, procedo con alcune precisazioni nell'analisi del testo, aprendo questo dibattito, che noi siamo ben lieti, così come avvenuto già in passato, di continuare su questa vicenda. Sulla situazione nello Yemen e sulle azioni umanitarie intraprese, intendo sottolineare in premessa, in apertura, che il Governo ha espresso ripetutamente, anche in questi ultimi mesi, nella sua veste di membro non permanente del Consiglio di sicurezza e di presidenza di turno del G7 nel 2017, la preoccupazione forte per il grave deterioramento della situazione in Yemen e con il riaccendersi del confronto militare dopo il fallimento dell'ultima tornata negoziale a Kuwait City che aveva aperto delle prospettive molto importanti per quanto riguarda la via politica, l'uscita politica dal conflitto. Noi dedichiamo costante attenzione a questo deterioramento della situazione umanitaria, alimentato dalle difficoltà negli approvvigionamenti di derrate alimentari e beni essenziali, dagli ostacoli all'accesso umanitario frapposti da tutte le parti nel conflitto e aggravato dal dislocamento dei servizi di base, dovuto agli scontri.

Siamo consapevoli del moltiplicarsi delle notizie di vittime tra la popolazione civile e di infrastrutture di base prese di mira dalle azioni militari di tutte le parti coinvolte nel conflitto; notizie che, peraltro, trovano riscontro nei rapporti delle organizzazioni internazionali umanitarie.

In questo scenario, sin dall'inizio della crisi, l'Italia si è attivata per recare sollievo alle sofferenze della popolazione; in occasione della conferenza dei donatori di Ginevra dello sorso 25 aprile, il Governo italiano ha annunciato un contributo pari a 10 milioni di euro di aiuti umanitari nel biennio 2017-2018. In ambito internazionale ci siamo adoperati per creare meccanismi di monitoraggio coordinato, volti a scongiurare il ripetersi di episodi in cui infrastrutture civili e umanitarie siano coinvolte nelle operazioni militari. Tendo, questo, a precisarlo in apertura, perché, ovviamente, il nostro obbligo, insieme a voi del Parlamento, è rendere conto di tutte le azioni per intervenire, dal punto di vista umanitario, sugli effetti di questo conflitto, ma sul piano politico, sulla situazione del conflitto in Yemen - che a volte viene rimosso dal nostro dibattito, sovrapponendo i temi del disarmo, giusti e legittimi, come tutte le posizioni in campo - a volte si omette un'analisi completa del conflitto apertosi. L'Italia, con il ministro Gentiloni, prima, e con il Ministro Alfano, adesso, è impegnata nella promozione di una soluzione negoziata e inclusiva del conflitto civile yemenita, nella consapevolezza, qui ripetuta in Aula, varie volte, che la soluzione del conflitto non possa essere militare, ma possa essere solo di natura politica. Lo abbiamo da ultimo fatto sia in sede di G7 dei Ministri degli esteri a Lucca, sia nell'ambito del Consiglio affari esteri dell'Unione europea.

Credo occorra guardare alla situazione con molto equilibrio e invito a farlo per tentare, tutti insieme, di sostenere questa via negoziale, questa via politica alla risoluzione del conflitto. Non va dimenticato che, nel 2014, c'è stato un vero e proprio sovvertimento dell'ordine istituzionale, da parte degli Houthi, operato da milizie paramilitari. Il colpo di Stato vero e proprio ha interrotto un processo di transizione in atto, portando alla deposizione del Presidente Hadi e dichiarando decaduto il Parlamento yemenita. Di fronte a questa situazione e all'aggravarsi della minaccia terroristica portata da Al Qaeda in larga parte del territorio yemenita, che ha approfittato del vuoto di potere nel Paese, è stato avviato, nel 2015, su richieste a sostegno del Governo legittimo, un intervento militare, a cui partecipa una coalizione composta da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar, Kuwait, Sudan, Egitto e Marocco.

Ricordo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvando all'unanimità, il 15 febbraio 2015, la risoluzione 2201, ha deplorato le azioni unilaterali degli Houthi e ha chiesto ai ribelli di partecipare ai negoziati a guida ONU, di ritirarsi dalle istituzioni governative, di rilasciare i membri del Governo ancora sotto arresto e di porre termine ad ogni iniziativa unilaterale.

Va rilevato come proprio gli Houthi abbiano deciso, all'ultimo momento, di uscire dei negoziati di Kuwait City, rigettando la proposta che era il frutto di tre mesi di negoziati e che aveva fatto intraprendere una via per superare il conflitto militare. Per questo, le risoluzioni del Consiglio di sicurezza hanno poi confermato il regime sanzionatorio, risoluzione 2204, approvata il 25 febbraio 2015, e stabilito l'embargo di armi contro gli Houthi, risoluzione 2216, approvata il 14 aprile 2015.

Vorrei dire, per completare il quadro e completare il quadro dell'azione nella direzione indicata dalle Nazioni Unite, che il nostro Governo, nelle dichiarazioni in Parlamento, nelle dichiarazioni pubbliche anche nelle missioni, ha recentemente continuato a lavorare su questa linea sostenendo e ribadendo, a nome del Paese, del Ministero degli affari esteri, insieme alle missioni mie, del Ministro e dell'inviato speciale nominato dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale per lo Yemen, in ogni missione in Arabia Saudita - l'ultima incontrando il Segretario generale del Consiglio di cooperazione degli Stati del Golfo, bin Rashid Al Zayani - che i Paesi del Golfo, adesso, anche nel quadro, purtroppo, di una crisi ultima sviluppata, possono svolgere, come si era visto a Kuwait City, un ruolo fondamentale nella crisi e che occorre condividere un approccio comune basato sull'inclusione, sul dialogo politico e sulla tutela delle minoranze, con il pieno coinvolgimento dei principali attori regionali.

I temi della sicurezza e delle varie crisi regionali, fra le quali quelle dello Yemen, sono stati al centro dei nostri colloqui con diversi esponenti del Governo saudita nella missione che citavo, nelle missioni che si susseguono quotidianamente non solo in sede bilaterale, ma anche in sede multilaterale, come alle Nazioni Unite. All'inviato del Segretario generale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Cheikh Ahmed, e al Viceministro degli esteri yemenita abbiamo, inoltre, sottolineato che l'Italia, insieme agli altri partner, sostiene fortemente la mediazione delle Nazioni Unite e i negoziati per il cessate il fuoco; negoziati che auspichiamo possano riprendere il più presto possibile, vista anche la situazione umanitaria oramai estremamente critica.

In qualità di membro del Consiglio di sicurezza e in collaborazione con i suoi alleati, siamo pronti a discutere ed individuare, nel quadro delle Nazioni Unite -, perché da lì e principalmente su quella strada viene la gestione della crisi e del superamento del conflitto, vista una soluzione politica -, possiamo elaborare misure e strumenti che possano affrontare la questione della mancanza di fiducia tra le parti, che si è espressa e si è vista in Kuwait ultimamente, e garantire che gli accordi raggiunti da queste parti possano essere pienamente attuati.

Per riassumere e per ripetere quella che è la posizione su un aspetto principale delle mozioni da voi presentate, cioè sul conflitto in Yemen, i punti qualificanti della nostra posizione sono: la convinzione che, nonostante il vulnus alla legittimità istituzionale delle milizie Houthi e il conseguente intervento della coalizione araba, la soluzione al conflitto in corso debba essere politica e non militare; la ricerca di una ricomposizione pacifica della controversia attraverso un compromesso negoziato basato necessariamente sul criterio di inclusione più ampio possibile di tutte le componenti della popolazione; l'impegno attivo a favorire una soluzione politica anche attraverso il costante sostegno e la mediazione delle Nazioni Unite agli sforzi dell'inviato speciale per lo Yemen del Segretario Generale ONU, volti a promuovere una cessazione delle ostilità e un accordo di pace tra le parti contrapposte.

Per quanto riguarda un altro aspetto delle mozioni sulla vendita delle armi alla coalizione, con riferimento alle posizioni espresse anche noi al Ministero degli affari esteri abbiamo aperto alla discussione e all'incontro: le posizioni pacifiste e contrarie per principio al commercio delle armi meritano, comunque, un rispetto. Tuttavia, a me preme qui presentare, così come abbiamo presentato ad associazioni che abbiamo incontrato, il tema del rispetto della normativa vigente, che è un tema assolutamente collegato ai conflitti, in un'ottica, però, che riguarda alcuni elementi sottoposti dagli onorevoli presentatori delle mozioni.

Le esportazioni di armamenti sono regolate dalla legge n. 185 del 1990 e seguenti modifiche e le autorizzazioni delle relative licenze coinvolgono, previamente, diversi fra Ministeri ed enti, sia nell'analisi del merito della singola operazione che in termini di pareri per i Paesi extra UE-NATO. In materia di politica di armamenti, l'Italia si muove in stretto raccordo con i partner dell'Unione europea, con i quali vi sono incontri periodici di coordinamento a Bruxelles; ci muoviamo, altresì, in un quadro di stretto coordinamento con il nostri principali alleati. Vorrei ricordare che nei confronti dei singoli membri della coalizione non esistono embarghi, sanzioni o altre forme di restrizione stabiliti a livello internazionale ed europeo. Nel caso specifico dei membri della coalizione, che, tra l'altro, fanno anche parte della coalizione anti-Daesh, le richieste di imprese italiane per ottenere la licenza di esportazione di armamenti sono valutate in modo particolarmente rigoroso ed articolato, caso per caso, sulla base delle norme italiane, europee ed internazionali, di cui il Parlamento è ovviamente edotto, vista la presentazione del rapporto. Naturalmente, ove in sede di Nazioni Unite o Unione europea fossero accertate eventuali violazioni, l'Italia si adeguerebbe immediatamente a prescrizioni o divieti.

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

 
 
 
 
 
 
 

 

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