Analisi | Studenti stranieri? Due su tre sono nati in Italia. Prima di fissare dei tetti, guardiamo chi c’è davvero in classe.
Studenti stranieri? Due su tre sono nati in Italia. Prima di fissare dei tetti, guardiamo chi c’è davvero in classe
di Francesca Farruggia

C’è stato un equivoco che ha accompagnato il primo annuncio del provvedimento fatto da Giorgia Meloni sul numero massimo di studenti stranieri per classe. L’equivoco era racchiuso proprio in quella parola: “stranieri”. Solo successivamente è arrivata la precisazione che il tetto riguarderebbe gli studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano.
Una distinzione importante, perché uno studente straniero può essere arrivato in Italia tre mesi fa, non parlare ancora bene la nostra lingua, avere bisogno di un sostegno specifico; ma può essere anche nato a Roma quindici anni fa, aver frequentato qui l’asilo, le elementari e le medie, parlare italiano con gli amici e magari, quando torna a casa, aiutare i genitori a capire una lettera della Asl o a compilare un modulo scolastico.
Per le statistiche sulla cittadinanza sono entrambi “stranieri”. In classe, però, portano storie, competenze e bisogni molto diversi.
La precisazione arrivata nelle ultime ore riconosce almeno in parte questa differenza. Ma non elimina la questione di fondo: se il problema è la conoscenza della lingua italiana, la risposta più efficace è davvero fissare un tetto numerico oppure mettere le scuole nelle condizioni di accompagnare chi arriva, con insegnanti, mediatori linguistici, corsi di italiano e risorse adeguate?
Chi arriva da poco e sta imparando l’italiano necessita di un sostegno maggiore: più insegnanti, mediazione linguistica, strumenti e tempi adeguati. Ma questo non ne fa un ostacolo alla didattica. Fa emergere, piuttosto, un bisogno educativo al quale la scuola deve essere messa nelle condizioni di rispondere.
La domanda, allora, non dovrebbe riguardare soltanto quanti studenti con cittadinanza non italiana ci sono in un’aula, ma anche di quali risorse quella classe ha bisogno perché tutti possano imparare. Dei circa 931 mila alunni senza cittadinanza italiana presenti nelle nostre scuole, infatti, il 65,2% è nato in Italia. Quasi due su tre.
È una fotografia molto simile a quella che abbiamo incontrato nella nostra ricerca sui “nuovi italiani”, realizzata da Archivio Disarmo-IRIAD con la Diocesi di Roma e poi estesa al Lazio. Prima abbiamo ascoltato 96 giovani con background migratorio in 14 focus group; successivamente abbiamo coinvolto nella rilevazione quantitativa 1.083 ragazzi e ragazze tra i 12 e i 19 anni, di cui 353 con background migratorio. Di questi, il 68% è nato in Italia. Ragazzi che troppo spesso noi “autoctoni” continuiamo a raccontare attraverso il viaggio compiuto dai loro genitori anziché attraverso la loro biografia. Sono nati qui. Sono cresciuti qui. Hanno imparato a leggere e scrivere sui nostri banchi. E l’italiano, nella maggior parte dei casi, è ormai la lingua della loro vita quotidiana. Ma c’è qualcosa di più interessante. Questi ragazzi, invece di rappresentare necessariamente un ostacolo all’integrazione scolastica, possono diventarne uno degli strumenti più efficaci. Ecco il paradosso: lo studente che contribuisce a far superare la “quota di stranieri” può essere esattamente quello che aiuta un nuovo arrivato a non sentirsi straniero.
È qualcosa che questi ragazzi fanno continuamente senza aspettare l’autorizzazione di qualcuno, anche fuori dalla scuola. Quasi la metà dei giovani con entrambi i genitori stranieri che abbiamo intervistato – il 46,6% – aiuta sempre o spesso la propria famiglia in attività normalmente svolte dagli adulti: traduzioni, pratiche amministrative, rapporti con istituzioni e servizi. E l’82,8% dice che aiutare i genitori gli dà soddisfazione. Invece tra i ragazzi italiani la percentuale è poco più della metà, il 25,3%.
Essere responsabilizzati molto presto può anche pesare. Ma quei ragazzi imparano fin da adolescenti una cosa preziosa: muoversi tra mondi diversi.
Conoscono i codici della famiglia e quelli della scuola, la lingua dei genitori e quella dei coetanei, le tradizioni di origine e la società nella quale sono cresciuti. Più che un problema da distribuire aritmeticamente tra le classi, sono spesso dei mediatori naturali.
Anche sul rapporto con lo studio i dati suggeriscono una realtà più articolata di molti luoghi comuni. Nella nostra indagine l’82,2% dei giovani con entrambi i genitori di origine straniera considera importante lo studio, una percentuale sostanzialmente analoga – e leggermente superiore – all’80,5% registrato tra i ragazzi italiani.
Nelle loro testimonianze ritorna spesso il sacrificio compiuto dai genitori per costruire una vita in Italia. Studiare, raggiungere l’autonomia, trovare un lavoro vengono vissuti anche come un modo per dare valore a quel sacrificio.
La prima fase della nostra ricerca aveva fatto emergere con particolare forza la “sacralità della famiglia”. La seconda ha mostrato i significati che ciò comporta concretamente: disciplina, responsabilità, aiuto ai genitori, investimento nello studio. Naturalmente non sono qualità geneticamente associate a un’origine straniera, né mancano nei ragazzi italiani. Trasformarle in uno stereotipo positivo sarebbe sbagliato quanto trasformare questi giovani in un problema. Ma sarebbe ancora più sbagliato non vedere il capitale sociale che portano con sé.
Forse è proprio da qui che dovrebbe partire una politica scolastica sull’immigrazione.
Chi arriva in Italia senza conoscere ancora la lingua deve poter trovare insegnanti, mediatori, corsi di italiano e una scuola in grado di accompagnarlo davvero. Gli istituti che accolgono molti ragazzi appena arrivati hanno bisogno di più risorse, non semplicemente di un diverso conteggio degli alunni. E chi è già cresciuto tra lingue e culture differenti può diventare una risorsa preziosa proprio per facilitare questo percorso. Un ragazzo nato in Italia, perfettamente italofono, cresciuto tra due culture e magari già capace di accompagnare un compagno appena arrivato nei suoi primi passi a scuola, non è un ostacolo alla didattica. Può essere, al contrario, il fulcro della soluzione.














