6 agosto 1945: dalla memoria ("dimenticata") di Hiroshima alla nuova corsa nucleare

di Matteo Taucci

 

In un sistema internazionale che sembra aver dimenticato la tragica lezione di Hiroshima, anche il regime di non proliferazione sta attraversando una fase di trasformazione caratterizzata dall’erosione del diritto e dalla competizione tra le grandi potenze. In questo quadro, il 6 febbraio 2026, è scaduto il trattato New Start tra gli Stati Uniti e la Russia. L’accordo, conclusosi senza che i due Paesi abbiano trovato una successiva intesa, ha posto fine a un’era di limitazione e di verifica delle forze strategiche statunitensi e russe. Tra i primi (negativi) risultati, si segnala la mancata pubblicazione dei dati sugli arsenali da parte di Mosca e di Washington (SIPRI, 2026).

Tra il 2025 e il 2026, secondo i dati forniti dal SIPRI, vi è stato un aumento dell’inventario nucleare globale, passato da 9.614 a 9.745 unità con un incremento relativo dell’1,36%. Con riferimento agli arsenali nazionali, gli Stati Uniti hanno mantenuto stabile il proprio: le testate dispiegate sono rimaste 1.770 sia nel 2025 sia nel 2026, per un totale di 3.700. Al contrario, la Russia ha registrato un incremento: le testate dispiegate sono passate da 1.718 a 1.796 mentre quelle di riserva da 2.591 a 2.604. L’inventario nucleare totale ha evidenziato un aumento relativo del 2,11% (da 4.309 a 4.400), facendo della Russia la principale potenza del “club nucleare”. La Cina ha schierato 10 testate nucleari nel 2026, portando il totale delle testate nucleari dispiegate a 34 (rispetto alle 24 del 2025). Al contempo, quelle di riserva sono aumentate, passando da 576 a 586 unità. Complessivamente, l’inventario nucleare cinese si è ampliato con un incremento relativo del 3,33% (620 nel 2026 rispetto alle 600 del 2025).

Inoltre, si registra il significativo incremento dell’India che ha dispiegato 12 testate nucleari (dato assente del 2025) (+5,56%). Per quanto concerne quelle non schierate, esse (180) appaiono in leggere calo rispetto al 2025 (178). Il Pakistan ha mantenuto un inventario stabile composto da 170 testate interamente classificate dal SIPRI come non schierate. Tra i Paesi del “club nucleare”, l’incremento relativo più elevato è stato registrato dalla Corea del Nord, con una crescista del 20%. Sebbene, il SIPRI non riporti testate dispiegate da parte di Pyongyang, quelle di riserva sono passate da 50 a 60 unità. Per quanto riguarda le potenze nucleari europee, sia il Regno Unito sia la Francia hanno mantenuto invariati i propri inventari. Londra detiene 225 testate mentre Parigi conta 290 testate. Infine, Israele ha mantenuto un arsenale stabile (90), tutte classificate dal SIPRI come non schierate.

 

Tab. 1: Testate nucleari mondiali

 

Dispiegate

Di riserva

Inventario Militare

Incremento Inventario

 

2025

2026

2025

2026

2025

2026

2025-2026

Stati Uniti

1 770

1 770

1 930

1 930

3 700

3 700

0.00%

Russia

1 718

1 796

2 591

2 604

4 309

4 400

2.11%

Regno Unito

120

120

105

105

225

225

0.00%

Francia

280

280

10

10

290

290

0.00%

Cina

24

34

576

586

600

620

3.33%

India

-

12

180

178

180

190

5.56%

Pakistan

-

-

170

170

170

170

0.00%

Corea del Nord

-

-

50

60

50

60

20.00%

Israele

-

-

90

90

90

90

0.00%

TOT

3 912

4 012

5 702

5 733

9 614

9 745

1.36%

Dispiegate: testate installate su missili o ubicate in basi con forze operative; Di riserva: testate immagazzinate o di riserva che richiedono una certa preparazione prima di poter essere dispiegate (p. es. installazione di determinati componenti, trasporto e caricamento su sistemi di lancio). Inventario militare: testate dispiegate + testate di riserva.                                                                                                             Fonte: SIPRI, 2026.

Con particolare riferimento agli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha rivisto e potenziato la strategia di deterrenza nazionale. Secondo la National Defence Strategy (NDS) 2026, le forze nucleari saranno modernizzate e adattate con un focus specifico sulla deterrenza e sulla gestione dell’escalation. Inoltre, la NSD ribadisce la volontà del Paese “di non essere – MAI – vulnerabile di fronte a tentativi di ricatto nucleare” (NDS, 2026, p. 17). A supporto di questa visione, il bilancio presidenziale per l’anno 2027 ha richiesto ingenti fondi a sostegno della deterrenza nucleare. Dei 53.9 miliardi previsti per il Dipartimento dell’Energia (DoE), 32.8 miliardi verranno allocati alla National Nuclear Security Administration (NNSA) – con un incremento del 12% rispetto al 2026. In dettaglio, lo stanziamento richiesto è volto a sviluppare nuove testate nucleari, a modernizzare l’infrastruttura di supporto della NNSA e a estendere il ciclo vitale delle testate già esistenti. Inoltre, il budget fornisce risorse alla NNSA per sviluppare tecnologie di reattori di nuova generazione destinate ai futuri sistemi navali. Si registra anche un incremento dei fondi disponibili per il Nuclear Emergency Support Team, finalizzato a proteggere il Paese dal terrorismo nucleare e radiologico (Budget of the US Government, 2026, pp. 15-17). Infine, il bilancio incrementa anche i fondi per il Dipartimento della Guerra (DoW), supportando la modernizzazione e la diversificazione delle forze nucleari, nonché il potenziamento delle capacità di comando, controllo e comunicazione nucleare (Budget of the US Government, 2026, p. 61).

Lo spettro di una corsa all’arma nucleare è particolarmente preoccupante alla luce dell’impegno dell’amministrazione Trump di estendere l’arsenale nucleare statunitense agli alleati e sul potenziale interesse di alcuni ad acquisire armi nucleari (c.d. “friendly proliferation”) (US Congress, 2026). In questo quadro, il 24 luglio del 2026, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno raggiunto un accordo che permetterà di utilizzare la tecnologia e il know-how statunitense per lo sviluppo di un programma nucleare civile saudita. Questa intesa, della durata di 30 anni, spiana la strada per la costruzione di un impianto per l’arricchimento dell’uranio nel Paese del Golfo. L’arricchimento dell’uranio da parte saudita appare una questione estremamente critica poiché il medesimo processo può essere utilizzato per produrre un’arma nucleare (vedasi il caso dell’Iran). In quest’ottica, gli Stati Uniti hanno giustificato l’accordo sottolineando che tutto l’uranio sarà sotto la supervisione della Casa Bianca (The Guardian, 2026).

Il dibattito sulla deterrenza nucleare ha assunto nuove proporzioni anche in Europa, in particolare a seguito del discorso tenuto dal Presidente francese Emmanuel Macron il 2 marzo 2026. Egli ha sostenuto che l’Europa si trova minacciata dall’aggressione russa, dalla crescente proliferazione nucleare e dall’incertezza circa le garanzie di sicurezza a lungo termine degli Stati Uniti. In risposta a queste sfide, Macron ha annunciato un rafforzamento della deterrenza nucleare della Francia, delineando un aumento del numero di testate e la modernizzazione delle forze strategiche. Centrale nel discorso presidenziale è stata la definizione della c.d. politica della forward deterrence (deterrenza avanzata), la quale mira ad approfondire la cooperazione nucleare con i partner europei pur mantenendo intatta la sovranità francese sul processo decisionale in materia di armi nucleari.

Macron ha proposto di instaurare consultazioni strategiche regolari, di favorire la partecipazione degli alleati alle esercitazioni nucleari francesi e di esplorare il potenziale dispiegamento temporaneo di elementi delle forze aeree strategiche francesi nei territori alleati. Tuttavia, ha respinto la possibilità di condividere il processo di pianificazione e di definizione degli interessi strategici francesi, precisando che l’iniziativa dell’Eliseo non rappresenta una garanzia nucleare formale né una sostituzione alla missione nucleare della NATO. Piuttosto, si propone come complementare all'Alleanza volta a favorire l’assunzione di maggiori responsabilità da parte dell’Europa mediante la condivisione di sistemi di preallarme, di difesa aerea e missilistica integrata e di sistemi di attacco di precisione a lungo raggio.

Nonostante i limiti, l’iniziativa francese ha riscosso interesse. Diversi Paesi europei si sono uniti alle discussioni sulla cooperazione nucleare con la Francia. Tra di essi Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Regno Unito. Nel maggio 2026, la Norvegia è diventata uno degli ultimi Paesi ad esprimere interesse verso l’iniziativa francese. Analogamente, nel giugno 2026, il parlamento della Finlandia ha votato per revocare il divieto di transito delle armi nucleari NATO sul proprio territorio e il governo ha espresso interesse riguardo alla proposta francese. In Lituania, è stata dibattuta la necessità di rimuovere il divieto costituzionale relativo alle armi nucleari e, nel luglio 2026, è stato raggiunto un accordo tra i partiti del Paese per perseguire un emendamento costituzionale. Il presidente Gitanas Nausėda ha sottolineato che non ci sono piani immediati per ospitare armi nucleari, ma che rimuovere la restrizione darebbe alla Lituania e alla NATO maggiore flessibilità qualora la situazione securitaria dovesse peggiorare (EPRS, 2026).